di Mattia Piovesan
Riproduzione vietata ©
Una piccola intervista, dopo quella fatta ad Angelo Morano, anche al neo allenatore della Legacy Opitergina, Massimiliano Rossi, che tra circa un mese inizierà la preparazione con i suoi ragazzi. Massimiliano è stato, prima che allenatore, anche un grande giocatore, nello specifico attaccante, e la mia prima domanda non poteva che vertere su quello.
Massimiliano, sei stato un grande attaccante: l’attenzione che porterai alla fase offensiva sarà molta immagino.
Sì, ma io sono minuzioso in tutte le zone del campo. È vero però, come dici, che i numeri delle passate stagioni sono quelli: le mie squadre creano sempre molto, mentre subiscono un po’, ma questo è dovuto alle mie idee, al mio modo di impostare. Se si può, non mi piace giocare per il minimo indispensabile, per lo 0-0 o l’1-1: è importante in primis che i giocatori si divertano, e soprattutto gli attaccanti. Lavoro molto sui dettagli, i movimenti, ma soprattutto cerco di garantire la massima libertà: i giocatori devono essere liberi di fare la giocata di fantasia, gli ultimi 20 metri non dipendono più da me, sono totalmente loro. Gioco tendenzialmente in fase di possesso con due punte e il trequartista dietro: devono trovarsi, cercare il passaggio impossibile, inventare.
E con questi presupposti, come si prepara una partita in Eccellenza?
A me piace ragionare per principi, non sono il tipo che lavora troppo sulla squadra che si andrà ad affrontare. Il nostro calcio è diverso da quello giocato ad alti livelli, dove anche se mancano quattro o cinque giocatori il modulo non si tocca: qui le varianti sono talmente tante che non si sa mai, i moduli cambiano spesso. Lavorando per principi i giocatori sono sempre in grado di trovare una soluzione alla contromossa avversaria. Tante situazioni, analizzate e preparate, per essere pronti a tutto.
Tu hai allenato il settore giovanile dell’Udinese, ma anche quello della Liventina è d’eccellenza: come si trattano i giovani di oggi? Come li si inserisce in prima squadra?
Partiamo da questo presupposto: io ho esordito in Serie B a 15 anni. Sono stato trattato come un giocatore di esperienza nonostante non ne avessi, non hanno mai avuto paura di farmi giocare, solamente perché avevo un po’ di qualità. Purtroppo, ora non è più così, guardiamo Camarda. I giovani di adesso hanno mille svaghi, sono in un mondo diverso, noi ai nostri tempi pensavamo solamente a giocare a calcio. Ma io punto tanto su di loro: cerco ragazzi che hanno voglia, passione, anche se non c’è qualità per me queste due caratteristiche sono fondamentali. Ci vuole coraggio, farli giocare, nessuno nasce imparato. Ovvio che, se ho dieci 2007, non posso farli giocare solo con un ’98, perché ci vuole equilibrio e anche un po’ di esperienza, se c’è da provare si prova. Se un giovane ha fame e mi da più di un “vecchio”, io faccio giocare il giovane. Non si devono accontentare quelli più anziani, figuriamoci i giovani.
Morano ha usato una parola molto interessante, “stupire”. Vale anche sotto questo punto di vista immagino.
I giovani, ma non solo, tutti i giocatori vogliono in primis stupire sé stessi, da lì ne traggono vantaggio tutti. In campionati equilibrati come il nostro il primo pensiero è togliersi dalla zona calda: prima lo si fa, prima si può sperimentare, ci si può divertire e quindi si può stupire. Come ha detto Angelo, la rosa è molto giovane, ma se perdi da una parte, in esperienza, guadagni dall’altra, in freschezza ed entusiasmo.
Tra poco inizierà la preparazione: dove lavorerai di più con i tuoi calciatori?
In preparazione ovviamente sul fisico, ma non sarò solo nel farlo. Poi, io voglio lavorare sulla testa e sul singolo. Ho notato che qui, a differenza del Friuli, è concesso più tempo per limare questi dettagli: lavorare sulla testa permette e sprona il giocatore ad andare oltre la fatica, per andare insieme il più avanti possibile.
